Milano si prepara alle Olimpiadi invernali

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Le Aree Falck dalla sede Campari. Sesto San Giovanni. Davide Curatola Soprana / Urban Reports, 2020

Olimpiadi invernali Milano-Cortina, è questa la prossima sfida per la città metropolitana. Adattamento e diversificazione sono le parole d’ordine per affrontare il grande evento a cui si sta già lavorando e che, per la prima volta nella storia più recente, dovrà tenersi a ridosso di una pandemia, con la crisi che ne conseguirà.

Ma la chiave di successo, guardando al 2026, l’ha data l’assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran. Durante la giornata di studi promossa da Fondazione e Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Milano, insieme a Città Metropolitana, dal titolo “Grande Milano, la dimensione metropolitana”, si è parlato anche di “sistema Expo”.

«L’approccio sarà lo stesso del 2015, e cioè un evento internazionale per far fronte ad un appuntamento di scala mondiale, che dovrà lasciare un’eredità, un lascito in termini di infrastrutture, strutture, impianti, sul territorio. Con un valore sociale ed economico che non passa e non si conclude con l’evento. E che potrebbe diventare più rilevante per la città, dell’evento in sé. Così anche le Olimpiadi invernali dovranno essere un investimento per tutta la città metropolitana e dovrebbero accompagnarla fino almeno al 2030.» Pierfrancesco Maran, Assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura del Comune di Milano.

«Questo è un evento a cui abbiamo lavorato per i primi tre anni del nostro insediamento e altri 5 ce ne aspettano. Un grosso investimento di energie che mirano alla valorizzazione del territorio. Il Villaggio olimpico al termine dei Giochi diventerà una residenza per studenti universitari. Il palazzetto di Santa Giulia sarà uno spazio polisportivo che ospiterà altri eventi negli anni successivi. Tutto quello che verrà creato rimarrà per sempre nella nostra città.» Roberta Guaineri, assessora al Turismo, Sport e Qualità della vita di Milano.

Durante il webinar, organizzato anche grazie al contributo concesso dalla direzione generale Educazione, Ricerca e istituti Culturali – Servizio II “Istituti Culturali” del Mibact, centrale il messaggio e l’apporto del presidente dell’Ordine degli architetti, Paolo Mazzoleni che ha sottolineato l’importanza, alla luce dei progetti che il Comune ha messo in campo per le Olimpiadi, dello strumento del concorso.

«Sarebbe interessante capire se siamo attrezzati, tanto sul piano disciplinare quanto su quello dell’immaginario di città, per concepire e coltivare forme di città a scala metropolitana. L’Ordine di Milano ha sempre sostenuto l’importanza di mettere in gioco i saperi della disciplina per cercare queste risposte. E proprio nel caso delle grandi trasformazioni legate alle Olimpiadi, l’Ordine dovrà poter contare nel dibattito, per mettere mano ai disequilibri del nostro territorio. Un obbligo, per esempio, quello dei concorsi, che il Comune ha riconosciuto con l’accordo per gli Scali milanesi (e quindi ne dovrà essere indetto uno anche per Porta Romana, dove è previsto proprio il villaggio olimpico). Questo potrebbe aprire scenari nuovi». Paolo Mazzoleni, presidente dell’Ordine degli architetti.

I prossimi passi? Dare un’identità “vera” di “peso” al ruolo della città metropolitana del futuro, non una vecchia provincia, ma un vero coordinamento sulla progettualità. Perché la città è già allungata verso “il fuori”, ma il suo peso economico è ancora tutto nel suo nucleo interno. E discutendo sulla dimensione metropolitana del territorio, l’attenzione cade sul tema “progetto urbano e territorio”. «Un argomento poco frequentato – commenta Mazzoleni -. Quando parliamo di rigenerazione, di aree dismesse, di periferie da riqualificare, non possiamo non tenere presente che un’area dismessa in una area centrale ha un valore diverso da quello in un’area più periferica. La densità o il valore economico, per esempio sono temi che fanno la differenza. Ignorare questi scarti è un gravissimo errore. Se lavoriamo al progetto urbano, dobbiamo rivedere queste fragilità e quello che oggi manca, e su cui serve con urgenza lavorare è la costruzione di un immaginario della città metropolitana. Siamo ancora legati a delle categorie: città/paesi e borghi, ma la realtà è più complessa», conclude Mazzoleni.

E quindi quale futuro? Se lo chiede Arianna Censi, la vice sindaca di Città Metropolitana. «Viviamo un cambiamento molto interessante nonostante la criticità del periodo. La dimensione metropolitana porta con sé diversi interrogativi: la mobilità e le infrastrutture, la cura e la salute, il modo e dove si lavora, la qualità della vita. Insomma, la dimensione dell’abitare con i luoghi della produzione e della vita. Alla luce di questo, Comune di Milano e Città Metropolitana devono avere una relazione virtuosa e coordinare questo cambiamento. Insieme con l’università, i privati, le altre istituzioni.  

Per disegnare le città del domani, considerando le ricadute sociali, economiche ed ambientali, bisogna cambiare approccio e prospettiva, perché i tempi sono nuovi.

«Le città si sono trasformate ed è doveroso ragionare per aree vaste: quello che dobbiamo fare è immaginare di realizzare un percorso di armonizzazione delle regole all’interno di un quadro più esteso, non municipale, per avere un concorso più equo al finanziamento della città pubblica. Un primo passo può essere quello dell’armonizzazione delle regole perequative tra tutti i comuni della città metropolitana, mentre un secondo potrebbe essere quello di un ampliamento del bacino di operatività dei diritti edificatori dal centro ai comuni limitrofi.» Ezio Micelli, professore ordinario dello Iuav di Venezia, il futuro prossimo della Città Metropolitana.

È possibile poi immaginare anche un fondo di pertinenza della Città Metropolitana alimentato dalle contribuzioni straordinarie dei centri più ricchi destinato a finanziare opere e interventi nei comuni più bisognosi. Una sfida che riguarda quanti operano alla trasformazione dei territori: dai privati al pubblico. Una scommessa perché la Città Metropolitana è una rete di comunità, una federazione che deve avere un ampliamento del bacino di operatività, solo così sarà efficace la sua progettualità. Il mercato si è evoluto e devono cambiare anche le strategie.

«Con strumenti efficaci per gestire il rapporto tra pubblico e privato, ma soprattutto puntando alla collaborazione tra amministrazioni. Con strategie utili per promuovere e sostenere processi di rigenerazione diffusa. Ecco che Città Metropolitana sta percorrendo due linee di lavoro. Una è la realizzazione dell’incubatore metropolitano (Remix) per la rigenerazione territoriale, mentre l’altra riguarda il ripensamento dello strumento della perequazione urbana e territoriale, per attivare risorse da investire in progetti di rigenerazione, ponendo le base per un innovativo rapporto tra pubblico e privato, e più efficaci forme  di interazione  tra i diversi livelli di governo  del territorio (Comuni, Zone omogenee, Città metropolitana, Regione) sul modello dello strumento europeo dell’Integrated territorial investiment (Iti). Isabella Susi Botto, direttore progetto WMRU, Città Metropolitana di Milano.

«Siamo chiamati a pianificare il futuro, seppur in condizioni di incertezza. Occorre che Città metropolitana e Comune di Milano collaborino, da sole nessuna delle due istituzioni può farcela. In particolare, il Comune di Milano deve programmarsi pensando anche al “fuori”, verso il territorio plurale metropolitano. E poi bisogna darsi una strategia di sviluppo sostenibile, che superi il contrasto tra ambientalismo conservativo e negazionismo dell’emergenza ambientale». Franco Sacchi, direttore del Centro Studi Pim.

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