La mobilità dei cervelli è fisiologica

cervelli_infugaceLa crescita del numero dei giovani laureati che cercano lavoro all’estero non è sempre necessariamente una notizia negativa. Non dobbiamo infatti esagerare con lo stereotipo del neolaureato che, non trovando lavoro nel proprio paesello di origine, è costretto a lasciare gli affetti e la casa materna per cercare fortuna oltreoceano perché l‘internazionalizzazione del mercato del lavoro intellettuale è una delle condizioni necessarie per la globalizzazione delle medie imprese italiane e dunque per la ripresa e quindi per la crescita economica.

Guardando i dati con un po’ di attenzione e con meno preconcetti, emergono alcuni elementi per i quali varrebbe la pena fare qualche riflessione più accurata. Come primo elemento mi sento di affermare che  il nostro non è un Paese dal quale si fugge, infatti il numero dei cosiddetti emigrati a lungo termine che hanno lasciato l’Italia è strutturalmente inferiore a quello di coloro che hanno lasciato la Francia, la Germania e la Gran Bretagna.

Altro dato interessante è che anche se il saldo migratorio dei cittadini italiani è diventato chiaramente negativo dal 2010, stiamo per ora parlando di 50mila persone distribuite su tutte le fasce d’età, penso sia evidente a tutti quindi che non stiamo parlando di un esodo.

Infine la maggior parte dei giovani espatriati è diretta in Europa e quindi se noi ci considerassimo veramente come facenti parte di un’unica confederazione, staremo parlando dello stesso fenomeno che accade negli Stati Uniti quando i giovani si spostano da uno stato all’altro in cerca di lavoro e di opportunità.

La crisi degli ultimi anni ha certamente generato situazioni che possono aver incentivato alcuni giovani laureati che hanno incontrato delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro domestico a cercare opportunità altrove, ma il dato rilevante verso il quale ci dobbiamo orientare è che è ormai in corso la formazione di un nuovo mercato internazionale del lavoro.

Il nostro focus non dovrebbe essere tanto quello di preoccuparsi del fatto che i neolaureati cerchino lavoro all’estero, ma di come tenere questi soggetti collegati al proprio Paese di origine e possibilmente di farli ritornare. Così come l’altro aspetto che richiederà davvero di essere approfondito riguarda l’attrazione dei giovani talenti dall’estero capaci di contribuire alla crescita delle nostre imprese nazionali e quindi allo sviluppo di una società multiculturale ed aperta.

Il tessuto delle aziende di dimensione piccole e medie hanno grandi difficoltà ad attrarre cervelli dall’estero perché tradizionalmente si rivolgono ad un mercato del lavoro locale mentre avrebbero grande necessità di inserire nel proprio Dna cromosomi che facilitino la crescita sui mercati esteri.

Si dovrebbe dunque smettere di ragionare in termini anacronistici e si dovrebbe iniziare a considerare il mercato del lavoro intellettuale con una prospettiva quanto meno europea, in cui la mobilità sia finalmente considerata come un fatto fisiologico, da non demonizzare e anzi da coltivare.

Per poter attrarre cervelli dall’estero la dimensione dell’azienda in questione è realmente un problema, per cui è necessario utilizzare bene i network, associativi, professionali ed educativi.

Siano quindi benvenute le esperienze all’estero perché capaci di dare ai giovani apertura mentale e gusto per la competizione, la cosa più importante è però sostenerli nel consolidamento della propria autostima e questo porterà ad un rafforzamento del senso profondo di una comunità nazionale capace di proiettarsi in avanti.

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