Tavola Rotonda | Tecniche Nuove - Saie - Filiera delle Costruzioni

La Carta dell’Edilizia e delle Costruzioni. Prove generali

Con lo scopo di redigere la Carta dell’Edilizia e delle Costruzioni, un documento di confronto con le Istituzioni e condiviso da tutta la filiera che tracci le linee strategiche per il rilancio del comparto, al di là della congiuntura determinata dalla pandemia da Covid-19, la Divisione Edilizia e Architettura di Tecniche Nuove e Saie hanno organizzato (in remoto) la tavola rotonda “Strumenti per il Governo e richieste per riavviare l’Italia”.  All’incontro hanno partecipato i rappresentanti delle categorie che costituiscono l’intera filiera per condividere strategie e opportunità per il settore in questo momento di emergenza, ma anche a definire idee e progetti per una visione a lungo termine di un settore che, rappresentando con l’indotto quasi il 25% del Pil, può fare da traino per l’intero sistema Paese.

Tra gli elementi del dibattito, oltre alla richiesta di riaprire i cantieri e avviare una serie di riforme procedurali dal grande impatto economico sul settore e la priorità d’iniettare liquidità nei conti correnti delle imprese, è emersa la necessità-opportunità di fare una grande riflessione sulla casa, come luogo dell’abitare e come grande occasione di lavoro.

Il Paese riparte se l’edilizia riparte. E serve un documento unico e condiviso

Ivo A. Nardella, ad Gruppo Tecniche Nuove

«Ciascuna delle sigle presenti a questa tavola rotonda digitale ha già fatto delle azioni nei confronti del Governo e delle Istituzioni per dare un segnale forte di richiesta di apertura – così ha aperto i lavori Ivo A. Nardella, Amministratore Delegato Gruppo Tecniche Nuove -. Con Giuseppe Freri, presidente di Federcomated, abbiamo pensato di mettere insieme l’intellighenzia e le sigle associative più importanti della filiera delle costruzioni per scrivere la Carta dell’Edilizia e delle Costruzioni, carta che elenchi gli strumenti e le attenzioni da mettere in campo per riattivare a pieno regime l’edilizia. Da sempre si esce da grandi crisi economiche post emergenze riattivando il comparto trainante dell’economia, ovvero l’industria delle costruzioni. Credo che occorra lavorare su due fronti: fare in modo che lo Stato non sia il primo debitore delle imprese e cogliere l’occasione per semplificare il processo normativo, istituzionale e realizzativo che grava sul settore. Attraverso le nostre piattaforme di comunicazione cercheremo di alzare la voce perché Governo e Istituzioni, anche quelle locali, ci sentano».

Sbloccare la liquidità (a fondo perduto) e i progetti pronti e cantierabili

Gabriele Buia, presidente Ance

Gabriele Buia, presidente dell’Ance, ha ricordato che il settore delle costruzioni attiva una filiera che rappresenta l’86% dell’industria italiana e il 22% del Pil nazionale, se si considera anche il settore immobiliare. Prima dell’emergenza Covid-19 il comparto era caratterizzato da segnali, anche se timidi, di ripresa con investimenti in crescita del 2.3% (130 miliardi a fronte dei 200 del 2008). La crisi palesatasi nel 2008 ha dato il via a un decennio che ha registrato un notevole calo gli appalti. Negli ultimi 3 anni però il mercato privato ha cominciato a riprendersi, purtroppo questi segnali di crescita ora rischiano di perdersi a causa della mancanza di un forte intervento da parte della mano pubblica. Non va dimenticato che il primo referente dei costruttori italiani è la pubblica amministrazione, purtroppo gravata da una normativa incessante e disomogenea. Il mercato delle costruzioni si trasforma molto più velocemente delle regole del gioco amministrative (un esempio: i cambi di destinazione d’uso) mettendo fuori gioco la tempestività dell’azione delle imprese. Sul fronte della liquidità utile a ripartire, se si considera il ritardo dei pagamenti e se entro la fine del mese non sarà attivato il credito dalle banche, tutto il sistema delle costruzioni è a rischio blocco e migliaia di imprese non avranno ossigeno per ripartire, con il risultato di uno scenario caratterizzato da tensioni sociali e da una notevole perdita di posti di lavoro.

«Questa situazione, questa crisi economica è talmente forte – ha sottolineato Buia – che la liquidità deve arrivare rapidamente alle imprese, ma non solo, il debito dovrebbe essere a carico dello Stato (Modello Draghi). Siamo arrivati a dire che se non ci sarà un supporto ulteriore dello Stato, inteso come “fondo perduto” chiaramente parametrabile a quella che è la perdita di valore aggiunto rispetto all’anno scorso, le imprese in 6 anni non riusciranno mai a pagare questo debito, perché, ormai gravate da troppo tempo, versano in una situazione finanziaria ormai troppo pesante».

I costruttori hanno anche richiesto al Governo di attivare la grande stazione appaltante rappresentata da Comuni, ai quali lo Stato deve garantire i finanziamenti necessari a far partire tutti i progetti immediatamente cantierabili. Purtroppo i Comuni oggi soffrono di indisponibilità finanziaria ed è necessario che lo Stato intervenga con un’iniezione di liquidità a favore delle amministrazioni locali. La Pubblica Amministrazione deve alle imprese di costruzione 6 miliardi e su questo punto si è di fronte a un grave empasse burocratico. I tempi di pagamento sono superiori al limite stabilito a livello europeo: 133 giorni contro i 60 giorni previsti dalla normativa e lo Stato attraverso lo split payment ha drenato liquidità per 2,5 miliardi. Un altro aspetto gravoso sono i tempi di esecuzione delle opere. Non va dimenticato che lo stato impiega quasi tre lustri per un’opera considerata medio-grande e sei anni per realizzare le piccole opere: il 54% del tempo trascorre solo per risolvere le incombenze burocratiche. Ora i costruttori sono pronti a riaprire in sicurezza, hanno sottoscritto con le parti sociali e il ministero delle infrastrutture i relativi protocolli. I costruttori hanno stimato che il fermo è costato finora il 18% d’investimenti, dato che può addirittura crescere nel 2021 se non vi sarà un massiccio investimento pubblico. Occorre cioè un grande piano Marshall basato sugli investimenti pubblici e sul sostegno di quelli privati. Per il futuro di questo settore occorre lavorare anche sulla fiscalità immobiliare. Occorre creare un nuovo patto fra mondo produttivo e Stato definendo modelli di sviluppo fiscale per il rilancio del settore. L’incentivo fiscale è sempre stato la molla che fa ripartire l’investitore.

Il cambiamento coinvolge anche il modo di ri-pensare alla casa

Federica Brancaccio, presidente Federcostruzioni

«Gabriele Buia ha rappresentato lo scenario in cui ci troviamo e le criticità che sono condivide dalla filiera – conferma Federica Brancaccio, presidente di Federcostruzioni (Confindustria) –  Noi veniamo da quasi 12 anni di crisi e il leggero segno positivo che si era registrato prima del covid19, se non fosse scoppiata la pandemia, avrebbe consentito al settore di tornare nel 2045 ai livelli ante crisi, cioè al 2008. Già quindi prima dello scoppio dell’epidemia ci stavamo interrogando su cosa dover fare, quali misure mettere in atto per far ripartire questo settore che tocca l’88% dei settori merceologici ed è quello che più di tutti gli altri compra (quindi spende) sul mercato interno. Anche questo credo sia un elemento fondamentale da non sottovalutare. Cosa è successo con lo scoppio della pandemia? Sì è aggravato ciò che succedeva prima: le imprese di costruzione che già non incassavano ed erano in difficoltà e scaricavano le loro difficoltà finanziarie a valle della filiera. Come ho già detto a Giuseppe Freri, loro, i rivenditori edili, sono le nostre sentinelle, perché i rivenditori di materiali edili sono coloro che per primi hanno il segnale della crisi e che per primi hanno il segnale della ripresa. Freri, prima dello scoppio della pandemia riferiva di avere fortissimi segnali di ripresa che ancora la filiera non percepiva».Con lo scoppio della pandemia si è aggravato il quadro di crisi in cui versava il settore. Dopo la pandemia certamente ci sarà un cambiamento epocale nel modo di lavorare (la digitalizzazione diventerà centrale), nel modo d’immaginare i luoghi dell’abitare, come lo sviluppo e la gestione delle città. Ma per fare questo occorre trovare il modo di farsi ascoltare dalla politica perché non è sul debito che possiamo auspicare la ripresa. Abbiamo bisogno di un grande piano strategico che faccia ripartire la filiera, filiera che può ripartire prima delle altre. Si può attivare una serie di misure a costo zero che tutta la filiera chiedeva da anni, come lo snellimento burocratico, l’ammodernamento di una serie di norme (pensiamo agli standard urbanisitici…), un rapporto più paritetico fra imprenditori e pubblica amministrazione. Dobbiamo davvero interrogarci sul nostro futuro: Baumann nel 2017 nel descrivere cos’era la società liquida diceva: “la modernità è la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza… nel mondo liquido moderno qualsiasi giuramento di fedeltà sembra annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute che si presenteranno”. Ora dopo un disastro di tale portata si deve innestare in tutti quella leva del cambiamento che chiediamo da anni. L’Italia è ferma, sono anni che non riesce a guardare al proprio futuro.

Tempo e burocrazia. Semplificazione per mettere in moto l’economia

Maro Casamonti, founder di Archea e direttore di Area

«Nel mondo delle costruzioni c’è un fattore determinante, – ha sottolineato Marco Casamonti, architetto, direttore di Area –  il tempo, il tempo delle decisioni e delle approvazioni. Tempo significa Burocrazia. Ci vogliono anni per attraversare tutte le fasi del processo edilizio, anni che creano un’emorragia di denaro e frenano l’economia del settore. Meno burocrazia non vuol dire non avere controlli, non tutelare il paesaggio… ma tutto deve svolgersi nei tempi corretti. Per l’approvazione di un progetto non ci vogliono anni, bastano pochi mesi. Per esempio, abbiamo completato il progetto dello stadio di Udine e per arrivare dal progetto al cantiere ci sono voluti 4 anni, mentre per lo stadio di Tirana ci sono voluti due mesi. Questi tempi hanno un enorme impatto economico. Abbiamo due modalità per far ripartire il mondo delle costruzioni: imporre al Governo la semplificazione e le idee per mettere in moto il motore dell’economia. Con un gruppo di scienziati di architetti, fra cui Massimiliano Fuksas, abbiamo scritto una lettera aperta al Presidente Mattarella in cui abbiamo detto ripartiamo da una nuova visione della casa»

La filiera deve essere allargata e unita

Giuseppe Freri, presidente Federcomated

«Ringrazio Ivo Nardella per questo momento di confronto perché credo che alla gestione della crisi da parte della filiera delle costruzioni sia mancata l’unità, tutti abbiamo fatto un manifesto, e questo è stato un errore – ha dichiarato Giuseppe Freri, presidente di Federcomated (Confcommercio) – Il valore del 22% del Pil che esprime il comparto dell’edilizia doveva avere una sola voce, una voce forte che avrebbe portato a casa dei risultati diversi rispetto a quelli di oggi. Come Federcomated oltre ad avere i piazzali pieni, oltre a essere i fornitori dei costruttori e degli artigiani, facciamo credito, siamo la banca della filiera, noi siamo il cuore della filiera delle costruzioni. Una filiera centrale nell’economia del paese. Nel mondo nuovo che la pandemia ci costringe a modificare l’unità della filiera è essenziale. La filiera dell’edilizia però va completata, vanno aggiunti gli anelli mancanti, solo così possiamo arrivare a un vero risultato.
Noi saremo i primi a partire, affiancheremo i cantieri che hanno bisogno di noi per la fornitura. Il 27 aprile siamo pronti a riaprire e dobbiamo farlo perché anche solo quella settimana ci permetterà di pagare il personale e i fornitori. Il mio gruppo ha 94 dipendenti, a marzo abbiamo integrato la cassa integrazione, lo faremo anche per aprile ma a maggio non ce la faremmo. Dobbiamo partire e dobbiamo avere liquidità sui nostri conti correnti. La pubblica amministrazione deve pagare i costruttori affinché possano onorare i loro impegni verso i distributori di materiali edili. A marzo, a livello nazionale, abbiamo avuto insoluti per il 25% e prevediamo diventi il 40 per aprile e il 60 a maggio».

Occorrono tempi certi per gli iter approvativi

Gabriele Scilicone, presidente Oice

«In scia alle affermazioni di Freri dico che abbiamo bisogno di liquidità nei nostri conti correnti – è intervenuto Gabriele Scicolone, presidente Oice, – La fine del lockdown non ci dia l’illusione che stiamo ripartendo, bisognerà vedere come riapriamo i cantieri e con quali misure di sicurezza. Questo impatterà molto sulle capacità di essere competitivi nei mesi che seguiranno. Per quanto concerne la liquidità, il peggio deve ancora venire. Nel CuraItalia si doveva fare molto di più in tema di versamento dei contributi e Iva. C’è da insistere nel decreto aprile che le misure a sostegno della liquidità vengano mantenute, che la cassa integrazione venga estesa. La burocrazia poi è evidente che soffoca il nostro settore che, diversamente, potrebbe ottenere ben altri risultati. Ho però timore a parlare di sburocratizzazione. Tutte le volte che proviamo a semplificare nel nostro paese complichiamo: pensiamo al regolamento del codice appalti. Ne parliamo da ottobre dello scorso anno, ora circolano bozze di regolamento che contengono 300 articoli che si aggiungono agli altrettanti del codice. Occorre un tavolo della filiera che faccia tabula rasa e disegni il processo virtuoso col quale vogliamo pensare un’opera e portarla a compimento dando delle tempistiche cogenti alle varie fasi del processo di approvazione.

Sbloccare i provvedimenti virtuosi già pronti

Maurizio Savoncelli, presidente Consiglio Nazionale dei Geometri

«Il governo in questa fase di emergenza ha operato come poteva ma non si può proseguire con sussidi a pioggia – ha detto Maurizio Savoncelli, presidente Presidente Consiglio Nazionale Geometri – Solo il lavoro crea ricchezza e da qui occorre ripartire. Ci sono alcune misure semplicissime che si potrebbero sbloccare. Come professioni stiamo chiedendo a tutte le stazioni appaltanti e a tutti quei soggetti che potrebbero creare liquidità immediata per i professionisti (per esempio i tribunali) di liquidare le parcelle. In tema di opere pubbliche e infrastrutture si parla di modello Genova per il ponte sul Polcevera, realizzato in poco più di un anno, come caso eccezionale ma dovrebbe diventare la prassi. Va risolto in modo molto netto ciò che diceva Scicolone sulla tempistica. Un altro modello da applicare è la sussidiarietà: sono anni che chiediamo al Governo di sostituirci all’azione dello Stato che deve occuparsi di programmazione, indirizzo e di un serio controllo. I professionisti possono intervenire in tutte le altre attività. Questo libererebbe risorse immediate in termini economici e di risorse umane. Un tema importante è il risparmio privato che da troppi anni non investe. Dobbiamo chiedere al Governo di sbloccare una serie di provvedimenti che sono pronti ma fermi. Per esempio, la riforma del dpr 380 va sbloccata, abbiamo lavorato sul regolamento degli appalti che contiene una serie di semplificazioni che aspettiamo da anni, va sbloccato. L’investitore ha due nemici: i tempi e le certezze, vanno evitati blocchi dei lavori per i ricorsi. Un altro capitolo riguarda la riqualificazione e messa in sicurezza dell’edilizia esistente. Bisognerebbe rafforzare la misura degli incentivi fiscali uniformandoli al 90% ma che comprenda sicurezza, efficientamento energetico e decoro con ammortizzazione in 5 anni e alzando il tetto per unità immobiliare da 96mila euro ad almeno 200mila euro. Infine, lavoriamo sulla fiscalità immobiliare come elemento che collabori in modo virtuoso con le altre misure»

Un’occasione per ripensare il modello abitativo italiano

Federica Brancaccio: occorre progettare la casa del futuro

Il tema che porteremo a Saie 2020 sarà quello dell’abitare. Ho cominciato il mio mandato in Federcostruzioni presentando l’Edificio 4.0, un secondo step ha riguardato l’edilizia residenziale pubblica e in continuum con questi temi quest’anno approfondiremo le nuove esigenze dell’abitare. Già prima della pandemia stavamo lavorando al tema della casa e in specie all’edilizia residenziale pubblica. Pensiamo solo al Piano Fanfani che nel Dopoguerra riuscì a andare oltre la contingenza di allora e pensare al futuro. Occorre oggi un partire da un progetto di sperimentazione sui nuovi modelli abitativi dell’edilizia pubblica per poi passare a quella privata.

Marco Casamonti: la casa è la nostra grande opportunità

In questo momento abbiamo una grande opportunità ed è quella di modernizzare il paese facendo una riflessione sui luoghi dell’abitare, dall’edificio alla città. È stato citato il Piano Fanfani che nel Dopoguerra ebbe la genialità di creare lavoro costruendo case, risolvendo con una sola azione due problemi: casa e lavoro. Oggi dobbiamo pensare che il dibattito sulla casa è fermo da 50 anni e questo ha generato dei disastri epocali. Le nostre case non sono adatte agli attuali stili di vita. È successo che mancando la capacità di spesa, il mercato ha proposto case sempre più piccole fino a farle assumere il ruolo di albergo: tutte le attività si fanno fuori, in casa si dorme. Arriviamo a fare alloggi talmente piccoli da diventare inospitali. In questa pandemia la casa è invece diventata il luogo del primo soccorso, e allora abbiamo straordinarie opportunità in termini tecnologici e in termini progettuali. Gli scienziati ci hanno detto che oggi la casa può essere connessa alla medicina del territorio (che è stata distrutta!) per controllare la salute di chi vi abita. Non solo, si possono sanificare le stanze con lampade a ultravioletti. È evidente che occorre ripensare gli spazi in termini architettonici e tecnologici.

Maurizio Savoncelli: salubrità indoor e città diffusa

Sono quasi dieci anni che lavoriamo alla salubrità indoor riguardo al radon, le muffe, la formaldeide, ancor prima l’amianto, aprendo un percorso di formazione sulla sindrome dell’edificio malato e cercando di portare molti colleghi alla qualifica di Esperto dell’edificio salubre. Il tema s’innesta nel ragionamento che faceva Marco Casamonti sulla necessità di un ripensamento complessivo del nostro modo di abitare che passa da una serie di occasioni. Occorre avere, come fu nel Dopoguerra, un piano strategico perché oggi è l’economia che detta lo sviluppo dei nostri territori. Occorre pensare allo sviluppo che sarà ma occorre anche intervenire sull’edificato esistente. L’insalubrità nella storia del nostro Paese ha causato molti più decessi di Covid-19. Dobbiamo anche ragionare sulla rivalorizzazione di borghi e campagne. Il loro spopolamento sta creando degrado e pericolo mentre ci sono tutte le condizioni tecnologiche per creare la cosiddetta “città diffusa”.

 

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