Edilizia circolare. A che punto è l’Italia?

La fotografia della situazione del nostro Paese elaborata dal Green Building Council Italia per diffondere un nuovo approccio all’economia circolare

Il settore dell’edilizia è il principale “colpevole” dell’aumento della produzione dei rifiuti speciali nel nostro Paese, secondo quanto riportato dal Rapporto Rifiuti Speciali 2019 elaborato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). L’analisi condotta, relativa all’anno 2017, mette in evidenza come il 41% totale dei rifiuti prodotti in Italia sia proprio da ricondurre al comparto delle costruzioni e demolizioni che hanno generato oltre 57 milioni di tonnellate di materiali di scarto. Numeri che invitano a riflettere su quanta sia ancora lunga la strada che l’edilizia italiana deve percorrere per far proprio un modello virtuoso di sviluppo quale l’economia circolare. Promuovendo il riuso e il riciclo dei materiali esistenti, l’economia circolare potrebbe dare nuova linfa a un settore gravemente colpito dalla crisi ma responsabile, nonostante il colpo d’arresto, della generazione di tonnellate di rifiuti.

Ad approfondire il tema dell’importanza di un nuovo approccio produttivo per il mondo delle costruzioni, basato sul riutilizzo e sui principi della green economy, ci ha pensato il Green Building Council Italia (Gbc), associazione no profit con la mission di guidare l’intera filiera dell’edilizia nella trasformazione sostenibile del patrimonio costruito, in occasione del convegno Economia circolare in edilizia, andato in scena a Milano, in occasione della World Green Building Week.

A fare il punto dell’attuale situazione è stato Marco Caffi, direttore di Gbc Italia, che ha sottolineato come il nostro Paese «sia agli inizi ma va ricordato che gli edifici hanno un processo di costruzione e assemblaggio dei materiali molto complesso e non sempre industrializzato, e ciò non permette di controllare tutte le fasi come succede invece ad esempio nell’industria dell’automotive o dell’elettronica». Ciononostante, per il direttore dell’ente, sono diversi gli strumenti a disposizione per poter andare in questa direzione, e tra questi elementi alcuni promossi dallo stesso Gbc Italia, come i rating system, una serie di protocolli di certificazione della sostenibilità degli edifici che aiutano a perseguire gli obiettivi di circolarità nel settore delle costruzioni.

Marco Caffi, direttore di Gbc Italia

«In Italia il percorso verso l’economia circolare in edilizia è agli inizi ma va ricordato che gli edifici hanno un processo di costruzione e assemblaggio dei materiali molto complesso e non sempre industrializzato, e ciò non permette di controllare tutte le fasi come succede invece ad esempio nell’industria dell’automotive o dell’elettronica». Marco Caffi, direttore di Gbc Italia

 

«L’Europa – aggiunge Caffi – ha posto come obiettivo da raggiungere entro il 2020 il recupero del 70% dei rifiuti da demolizione e costruzioni prodotti, ma al momento la nostra media nazionale si attesta attorno a un valore del 20%, dato che ci indica come di fatto siamo ancora molto lontani. La nostra realtà ha però condotto un’indagine dettagliata e approfondita, coinvolgendo tutti i cantieri che utilizzano i protocolli di certificazione, per scoprire una situazione totalmente diversa, dal momento che la percentuale di recupero dei rifiuti si avvicina al 90%». Un risultato che secondo Caffi dovrebbe spingere il mondo delle costruzioni verso un nuovo approccio, più sistemico, in cui i rating system svolgono un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi indicati dall’Unione Europea.

Una proposta di azione

Non solo protocolli di certificazione ma anche piani di azione e proposte concrete per contribuire in modo efficace alla diffusione dell’economia circolare nell’edilizia del nostro Paese: con questo obiettivo Gbc Italia ha recentemente pubblicato un position paper, intitolato Economia circolare in edilizia, redatto da un gruppo di lavoro composto da architetti, produttori di materiali e sviluppatori di progetti

Manuela Ojan, consigliere esecutivo Gbc Italia

«Siamo partiti da una definizione delle normative applicabili e siamo entrati nel merito delle scale di applicazione: la scala urbana, quella relativa all’edificio e dei materiali fino a considerare le fasi del ciclo di vita dell’immobile per poi continuare con una fase analitica includendo una serie di proposte applicative che in futuro daranno luogo a dei piani di azione specifici». Manuela Ojan, consigliere esecutivo di Gbc Italia

Tre dunque le scale di applicazione individuate nel position paper: la città, intesa come miniera di materiali secondo il concetto di urban mining che presuppone la possibilità di ottenere risorse utilizzando i rifiuti urbani attraverso il ciclo di recupero e reimpiego di materiali; l’edificio quale material bank, ovvero uno “scrigno” composto da materiali e prodotti dotati di valore; i materiali che possono avere un contenuto riciclato sia pre-consumo sia post-consumo oppure essere riciclabili a fine vita.

Cinque punti chiave

Sono cinque invece le azioni chiave che Gbc Italia indica propone di mettere in campo per sviluppare nuovi piani di intervento strategici, a partire dalla transizione da un approccio bottom up, ovvero dal basso, a un approccio top down, dall’alto: allo stato attuale lo scenario dell’economia circolare si compone di iniziative che partono dal basso, dai singoli, rimanendo episodi isolati e microinterventi frammentari. È necessaria invece una forte spinta pubblica che definisca regole comuni, con un efficace recepimento delle linee di azione europee, e che dia un importante supporto all’implementazione di un piano di azione condiviso. Secondo Gbc Italia occorre inoltre applicare regolamenti nazionali che promuovano l’uso di materie prime seconde, adottando ad esempio politiche di tassazione sull’uso di materie prime che limitino il consumo di suolo.

La seconda azione chiave contenuta nel position paper suggerisce il monitoraggio dei flussi materici e delle risorse urbane in questo momento totalmente assente. Ricorrendo a indagini statistiche si deve invece procedere all’analisi dei flussi quantitativi ed economici delle risorse/rifiuti di un’area urbana per poter avere una mappatura generale e poter così innescare strategie di riuso e di condivisione controllate. Inoltre, l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e dei big data si potranno gestire i rifiuti, l’acqua, l’energia e lo scambio di informazioni sul consumo tra fornitori e utenti.

Lo scambio di dettagli e informazioni è il terzo punto su cui spinge Gbc Italia, sottolineando l’importanza della creazione di piattaforme per la condivisione di dati e piattaforme accessibili a tutti dedicate ai progettisti, relativamente a materiali con una percentuale di contenuto riciclato, e ai produttori per lo scambio di materie prime seconde.

Vi è poi l’adozione di strumenti per la gestione del fine vita e della tracciabilità di prodotti e materiali, elemento che costituisce la quarta azione chiave da mettere in campo. Una necessità questa dettata dal fatto che i vari prodotti derivanti dagli edifici esistenti, seppur oggetto di demolizione selettiva, sono ancora classificati facendo riferimento a categorie generali (inerti, metalli, plastiche, eccetera), senza un riconoscimento della loro composizione materica e delle caratteristiche comportamentali. Un aspetto che non facilita il riciclo dei materiali e che può essere superato ricorrendo e utilizzando altri strumenti come ad esempio dei material passport, dei certificati di identità che descrivano tutte le caratteristiche di ogni singolo prodotto, come i Circularity Passports (vedi foto sotto) messi a punto da Epea, azienda dei Paesi Bassi attiva nel campo dell’economia circolare.

Ultimo punto chiave indicato da Gbc Italia nel suo documento è l’utilizzo di strumenti per la verifica dell’efficacia e della sostenibilità delle azioni di circolarità come i metodi Life-Cycle Assessment (analisi del ciclo di vita) e Lyfe Cycle Costing (analisi dei costi degli impatti ambientali) che consentono una valutazione completa, a cui deve essere affiancata la fornitura di tutte le informazioni ambientali relative a ciascun prodotto, permettendo così agli utenti di prendere la migliore decisione per i propri interessi.

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