Intervista a Giulio De Angelis, Consigliere Delegato Federcomated per il Mezzogiorno

Decreto Mezzogiorno. L’ultima occasione

Destinare non meno del 34% delle risorse pubbliche allo sviluppo del Sud è l’unica strada praticabile per incrementare la crescita dell’economia dell’intero paese: lo stesso principio andrebbe applicato anche ai finanziamenti europei

Quattro anni fa, alla fine di dicembre, il Parlamento approvò il D.Lgs. 243/2016 – cosiddetto “Decreto Mezzogiorno” – che, nel quadro degli interventi per la coesione sociale e territoriale in alcune aree critiche del Sud, prevedeva che il 34% degli investimenti pubblici fosse destinato alle regioni del Meridione.

In estrema sintesi, le amministrazioni centrali dello Stato devono destinare ad Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia “un volume complessivo annuale di stanziamenti ordinari in conto capitale proporzionale alla popolazione di riferimento”, ovvero pari al 34% degli stanziamenti previsti ogni anno.

Come è andata veramente? Durante un’audizione alla Camera svoltasi lo scorso settembre Luca Bianchi – Direttore di SviMez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) – ha affermato che, da tempo, il Sud riceve mediamente solo il 20-22% della spesa ordinaria.

In sostanza, il modello “storico” della spesa pubblica risulta estremamente penalizzante per le regioni del Sud, nelle quali risiede un terzo della popolazione italiana. Questo fatto costituisce uno dei principali vincoli strutturali allo sviluppo socio-economico dell’intero paese, in quanto – secondo SviMez – ogni euro speso al Sud in utility genera un valore aggiunto del 20-23% al Centro-Nord.

Invertire la tendenza

Capire il perché è semplice: oltre 20 milioni di persone vivono in territori ampi complessivamente il 41% della superficie del paese, poco e male (o per nulla) infrastrutturati, nei quali è difficile lo sviluppo di qualsiasi iniziativa imprenditoriale, come anche la possibilità di trovare lavoro o mettere a frutto la propria professionalità.

Gran parte dei prodotti consumati al Sud sono importati (dal Centro-Nord e dall’estero) e l’emigrazione (al Centro-Nord e all’estero) è l’unica concreta alternativa per la popolazione attiva. Si spiega così come mai il Pil pro-capite nelle regioni del Sud sia la metà rispetto a quelle del Nord. Questa situazione incide non solo sulla domanda interna e sulla qualità della vita di chi abita al Sud, ma anche sulla crescita dell’economia nazionale.

In questi ultimi mesi, però, a causa dell’epidemia e della conseguente congiuntura finanziaria, stiamo assistendo a un fenomeno inusuale: molti abitanti originari del Sud stanno tornando ai propri territori d’origine. Che si tratti della perdita del posto di lavoro, del perdurare della cassa integrazione, della possibilità di utilizzare lo smart working o di qualsiasi altra ragione, questa tendenza e le relative conseguenze devono essere colte ora.

Non si tratta solo di cambiare il modello della spesa pubblica secondo il principio – più che condivisibile – dell’“equità della spesa ordinaria”. Oggi, infatti, Recovery Fund e Mes rappresentano un’occasione straordinaria per invertire la tendenza, eliminando definitivamente l’anacronistico e insostenibile divario socio-economico fra Sud e Centro-Nord.

Destinare al Meridione almeno il 34% del solo Recovery Fund sarebbe conveniente anche per le altre regioni. Sempre secondo Svimez, in questa ipotesi il Pil nazionale salirebbe al +4,38%, con un +4,0% al Centro-Nord e un +5,5% al Sud, mentre nell’ipotesi di mantenere inalterati i valori della spesa storica il Pil nazionale non raggiungerebbe il 4%, di cui +4,3% al Centro-Nord e +2,7% al Sud.

Riequilibrare risorse e opportunità

Industrial shipping cranes in the port of Taranto, Italy, Puglia

Indipendentemente dai vantaggi economici a breve termine, cosa serve per assicurare un futuro di sviluppo e prosperità il futuro del Sud?

Servono infrastrutture integrate per il trasporto delle persone e delle merci, mettendo a sistema porti e aeroporti attraverso nodi di interscambio con le direttrici ferroviarie e stradali, e una rete di telecomunicazioni che permetta un flusso adeguato delle informazioni fra le persone, le aziende e le istituzioni.

Servono servizi pubblici evoluti ed efficienti nei settori della sanità e dell’assistenza alle persone fragili, dell’istruzione e della formazione professionale, dei trasporti locali, della sicurezza, dell’acqua, dell’energia e della tutela ambientale, ecc., anche attraverso la creazione di aggregazioni indipendenti dagli attuali confini amministrativi.

Servono politiche di rivitalizzazione dei centri abitati dei territori extraurbani in grado di stimolare la rinascita delle attività commerciali, agricole, artigianali e industriali, anche mediante incubatori d’azienda, e che inneschino circuiti virtuosi di valorizzazione del patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, anche mediante la riqualificazione eco-sostenibile degli edifici e degli spazi urbani.

In quest’ultimo caso, il Governo francese ha recentemente promosso un’interessante iniziativa per scongiurare la desertificazione commerciale dei centri storici: attraverso la Caisse des Dépots saranno nazionalizzati 10.000 negozi inutilizzati o a rischio di chiusura, da affittare a prezzi agevolati a chi ne garantirà l’apertura.

Tornando al Recovery Fund, non possiamo nasconderci che si tratta dell’ultima occasione per riequilibrare risorse e opportunità fra le macroaree geografiche del nostro paese. Prima della pandemia eravamo già da tempo una nazione bloccata, in discesa o già in fondo a tutte le classifiche europee, praticamente senza prospettive.

Il motivo è chiaro: la distribuzione degli investimenti pubblici è stata fino ad oggi iniqua, ha reso il Mezzogiorno una delle aree più povere e arretrare del continente e ha prodotto un enorme divario che, ora, dobbiamo assolutamente tentare di colmare.

 

 

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